Vercelli sotto i Savoia ( 1427 - 1638 )
Il documento è tratto da R.Ordano, Sommario della storia di Vercelli, Vercelli 1955


Vercelli viene inserita nei domini dei duchi di Savoia agli inizi del 1400.
 

La nuova organizzazione amministrativa del distretto vercellese sotto i Savoia

Entrando a far parte dei domini sabaudi il Vercellese ebbe un nuovo assetto amministrativo.  Lo stato era diviso in balivati o governatorati; Vercelli divenne capitale di governatorato; a sua volta il governatorato era diviso in castellanie, rette da castellani. Con lettera del 17 luglio 1428 Amedeo VIII definì i limiti del distretto vercellese, che venne costituito da tutte le terre che già lo formavano alla morte del duca Gian Galeazzo Visconti ( 1402 )
Nella stessa lettera, fra l'altro, furono proibite le denominazioni di guelfi e ghibellini, pena dieci fiorini d'oro;
furono mantenuti i vecchi statuti cittadini e fu dichiarato sindacabile il podestà al termine del suo ufficio. Il podestà era un funzionario ducale con mansioni amministrative, giudiziarie e militari; dopo il 1451 il podestà assunse il nome di governatore.

La definizione del distretto vercellese data nella lettera ducale del luglio 1428 non fu però molto precisa.  Molti luoghi, evidentemente per ragioni fiscali, cercavano di negare la loro appartenenza alla giurisdizione vercellese, tanto che il 29 maggio 1434 si rese necessario l'intervento ducale per metter fine alle controversie:
Prarolo, Pezzana, Caresana, Stroppiana, Balzola, Pertengo, Costanzana, Ronsecco, Lignana, Veneria, Larizzate, Alice, Serravalle, Salasco, Dorzano, Olcenengo, Quinto, Casanova, Albano, Arborio, Ghislarengo, Lenta, Motta degli Alciati, Montebeluardo, Castelletto, Massazza, Vettignè, Montonero, Azeglio, Viancino, Roasio e Caprile appartengono alla giurisdizione vercellese;

-  Trivero, Coggiola, Sostegno, Lessona, Mosso, Bioglio, Chiavazza, Benna e Sordevolo sono sottoposti a Biella;

- Cerrione, Zubiena, Donato, Ponderano, Quaregna, Ceretto, Valdengo, Vigliano e Rovasenda devono soggiacere alla giurisdizione degli Avogadro e dei Rovasenda a seconda delle investiture ;

- Cavaglià,  Salussola e Gattinara saranno soggetti a podestà di nomina ducale; infine Sala, Sandigliano, Viverone e Roppolo dipenderanno dal Giudice generale del Piemonte.

Per tutto il secolo XV Vercelli non fu protagonista di avvenimenti particolari. Ricordiamo tuttavia che nel 1432, nel 1457 e nel 1497 si abbatté su di essa il flagello della peste, diradandone la popolazione. Nel 1474, su richiesta del marchese di Monferrato, il pontefice Sisto IV smembrò la diocesi vercellese costituendo la diocesi di Casale ; tale smembramento costò a Vercelli la perdita di una settantina di parrocchie, fra cui Trino, Palazzolo, Bianzè, Livorno e Saluggia.

Al tempo della duchessa lolanda Vercelli ebbe occasione di ospitare per qualche anno la corte ducale. Il 3 ottobre 1471 la duchessa ed il duca Amedeo IX s'incontrarono a Vercelli con i duchi di Milano. Vi furono tre giorni di festeggiamenti, poi i duchi milanesi ripartirono e i duchi sabaudi invece rimasero. La particolare situazione interna dello stato sabaudo — cioè il dissidio fra Iolanda e i suoi cognati — consigliavano infatti questa residenza vercellese, che in effetti poneva la duchessa sotto la protezione di Milano. Il 30 marzo 1472 moriva poi l'inetto Amedeo IX, che, non tanto per esaudire un desiderio dei Vercellesi, quanto per non costringere la duchessa ad un pericoloso viaggio nell'interno dello stato, fu sepolto a Vercelli.
lolanda risiedette ancora a Vercelli fino al  1473, allorché, volendo sottrarsi un po' alla gravosa alleanza milanese preferì spostarsi a Torino. A Vercelli ritornò invece la sua salma imbalsamata per essere sepolta accanto a quella di Amedeo IX  ( 1478 ). A lolanda il Vercellese deve la costruzione di un'opera di grande utilità pubblica : il naviglio di Ivrea.

Nella seconda metà del sec.XV incomincia anche a diffondersi nella campagna vercellese la coltivazione del riso. Le condizioni economiche della città non sono però molto floride.

Sotto i Savoia Vercelli diventa una roccaforte di confine, assumendo un severo aspetto militaresco. Scorrendo la serie delle deliberazioni comunali adottate in questo periodo, si vede infatti che le maggiori cure del Consiglio di Credenza sono volte alla manutenzione e al rafforzamento delle difese cittadine: riparazioni di mura, costruzione di terra­pieni, espurgo di fossati ed organizzazione delle artiglierie e della vigilanza notturna. La città è circondata da fortificazioni poderose, e dentro si erge il castello e la formidabile cittadella, che è governata da un capitano.

Le discese in Italia di Francesi e Spagnoli

I lavori alle fortificazioni - specialmente dalla parte del Cervo, le cui acque provocano danni in continuità hanno un carattere cronico, e assorbono perciò una somma enorme di danaro e di energie.  Ogni tanto poi arrivano a Vercelli commissari ducali a visitare lo stato delle opere difensive e ad ordinare nuovi lavori. I credenzieri sono perciò costretti a deliberare sempre nuove spese.
Vercelli è quindi una città forte, un vero punto solido nel pauroso decadere dello stato sabaudo; e la corte vi si rifugia volentieri. Ne! tempo pieno d'incognite precedente la discesa di Carlo VIII in Italia, la reggente, duchessa Bianca di Monferrato, vi risiedette infatti dal 1° ottobre 1493 al 4 luglio '94, svolgendo una vivace attività diplomatica;
poi il passaggio dell'esercito francese la indusse a tornare a Torino. Lo Stato sabaudo era allora quasi un protettorato della Francia, le cui truppe lo potevano attraversare liberamente in lungo ed in largo, sicure di potervi all'occorrenza attingere anche aiuti materiali.

Nel 1495 Vercelli divenne la base delle operazioni militari francesi contro il ducato di Milano. Era il momento della ritirata di Carlo VIII dall'Italia. Il duca d'Orléans, come diversivo contro la Lega, riuscì ad occupare a tradimento Novara, ma quasi subito vi rimase assediato da cospicue forze milanesi e veneziane. Poi avvenne il famoso fatto d'armi di Fornovo con la sconfitta dell'esercito del re francese: l'esercito di Carlo VIII poté portarsi ad Asti.
La guerra allora gravitò sulle sponde della Sesia.
L'esercito francese infatti, per soccorrere gli Orleanesi assediati a Novara, incominciò a concentrarsi a Vercelli, mentre le forze della Lega provenienti da Fornovo affluivano intorno a Novara.  Infine nel 1498 il re e l'esercito francese ripassarono le Alpi, ritirandosi dalle terre italiane.

La duchessa Bianca, dopo la morte del piccolo Carlo. a cui succedette Filippo II, si ritirò a vita privata. Morì nel 1519 a Carignano, dove fu sepolta. Lo storico vercellese Dionisotti invece afferma che gli ultimi suoi anni furono trascorsi da eremita a Vercelli « in un romitorio dietro una cappella ora detta della Madonna dello schiaffo, da lei fatta costruire nella cattedrale di S. Eusebio, ove fu seppellita nel 1504 » ( Dionisotti - Memorie storiche della città di Vercelli ).  

L'antagonismo tra tra Carlo V e Francesco I e il decadere dello stato sabaudo

Nella prima metà del sec. XVI continuarono i soliti costosi lavori alle fortificazioni e a sostenerne le spese questa volta si chiese anche il concorso del clero. Il già debole Stato sabaudo fu rovinosamente travolto dall'antagonismo tra Francia e Spagna; il territorio piemontese fu straziato da un continuo andirivieni di soldataglie dell'una e dell'altra parte;  le popolazioni furono oppresse dal fiscalismo, dalle prepotenze militari, dall'anarchismo, oltre che dalla peste. Nell'autunno del 1514 sono gli Svizzeri dello Sforza a battere le campagne vercellesi; nel 1515 ancora gli Svizzeri del cardinale Matteo Schinner, vescovo di Sion, entrano in Vercelli ; invece, durante la guerra fra Carlo V e Francesco I, scoppiata nel 1521 e terminata con la sconfitta di quest'ultimo a Pavia (24 febbraio 1525), il Vercellese dovette prima ospitare, suo malgrado, le truppe francesi, quindi,  dovette lasciar aperto il passo agli imperiali che occuparono e presidiarono la città dalla primavera all'estate 1524.

Il duca Carlo II di Savoia  acconsente a sborsare ben 30.000 scudi agli Spagnoli, purché se ne vadano. Questa somma è raccolta con grande difficoltà; Vercelli, infatti, sebbene vessata e taglieggiata dal commissario spagnolo,  si rifiuta di versare al duca il suo contributo.
Gli Spagnoli intanto non rispettano i patti e continuano a rimanere in Piemonte e a Vercelli, i cui abitanti contengono a mala pena il loro furore.  Nel 1526 a Trino vengono sgominate e derubate da quegli abitanti due compagnie di cavalleggeri imperiali. Nello stesso tempo in altri luoghi del Piemonte viene data la caccia agli Spagnoli, che sono costretti a fuggire. Praticamente Vercelli è abbandonata a se stessa; lo Stato si prende cura soltanto delle sue fortificazioni e di null'altro.

Le campagne vercellesi sono infestate da briganti che paralizzano ogni commercio. I piccoli feudatari a loro volta approfittano della carenza del potere centrale per commettere ogni sorta di soprusi.

A Crescentino Riccardo Tizzoni opprime così crudelmente i suoi vassalli, che costoro fanno giustizia da sé; in una notte di febbraio del 1529  il castello dei Tizzoni viene dato alle fiamme e Riccardo, sua moglie ed i suoi figli sono trucidati. E un periodo oscuro della storia di Vercelli: tutti i peggiori mali sociali si accavallano riducendo la popolazione alla miseria. Dicono alcuni ambasciatori inglesi di passaggio nella regione : «Tra Vercelli e Pavia, per cinquanta miglia nel paese più ricco al mondo di vigne e di grano, tutto è deserto; ne uomo ne donna incontrammo a la­vorar le campagne, ne anima vi­va, eccettuate in un luogo tré po­vere donne che racimolavano la poca uva rimastavi ; giacché non si è seminato, ne fatto raccolto e le vigne sono inselvatichite, e i grappoli si guastano senza che si venga a coglierli... ».

Ma le sventure piemontesi toccarono il colmo dopo l'invasione francese del 1536; la disgraziata regione divenne allora campo di battaglia e terra di saccheggio dei Francesi e degli Spagnoli. Ciò che rimase del governo sabaudo  trovò rifugio a Vercelli; il duca Carlo II del resto era impotente di fronte ad avvenimenti più grandi di lui: amici e nemici andavano a gara nello spogliarlo di ogni suo possesso, di ogni suo bene e di ogni sua autorità. L'imperatore l'aveva costretto a risiedere a Vercelli; ed ivi, dimenticato da tutti, morì una notte di mezz'agosto dell'anno 1553. Non alloggiava neppure nel castello, ma nel palazzo vescovile. Il suo cadavere, senza cerimonia alcuna, fu chiuso in una cassa e abbandonato sopra un armadio nella sagrestia della cattedrale. Le sue ultime cose divennero preda dei suoi ultimi cortigiani. Non appena Emanuele Filiberto ebbe notizia della morte del padre  affidò la luogotenenza a Renato di Challant e inviò a Vercelli Luigi di Châtillon, signore di Châtellard, con il compito di assistere lo Challant e di portar conforto al Consiglio ducale. Rimanevano infatti sotto il nominale dominio sabaudo Vercelli, Asti, Nizza, Ivrea, Possano, la Valle d'Aosta e il marchesato di Ceva ; ma in effetti chi veramente governava le ricordate città erano gli Spagnoli, che vi mantenevano guarnigioni, naturalmente a spese degli abitanti.

Benché lontano Emanuele Filiberto tentava di far qualcosa per i suoi sudditi piemontesi;  inviò come suo fiduciario Andrea Provana di Leynì e nominò luogotenente generale il conte di Masino ; poi chiese agli Spagnoli che quest'ultimo potesse risiedere nel castello di Vercelli, e che il San Miguel cessasse di demolire case per rafforzare la cittadella. Vercelli era veramente oppressa dall'occupazione spagnola; basti pensare, che la guarnigione era ospitata nelle case civili e in una camera non dovevano abitare più di due fanti! Nel maggio 1555 Emanuele Filiberto venne a visitare la « capitale » delle sue terre e ne fu tristemente impressionato.

Ben diverso fu invece il suo ritorno, dopo che la sua grande giornata di S. Quintino e la pace di Cateau - Cambrésis , (3 aprile 1559) gli permisero d'iniziare la ricostruzione dello Stato.
 


La città di Vercelli in un'incisione del 1682, tratta dal Theatrum sabaudiae.
La rappresentazione evidenzia chiaramente il tracciato delle mura con funzioni di difesa militare.
 

Dopo la pace di Cateau Cambresis ( 1559 ) Emanuele Filiberto ricostruisce lo stato sabaudo portando la capitale a Torino

Compiuto un memorabile viaggio attraverso il Piemonte, il duca giunse a Vercelli il 7 novembre 1560, accolto con solennità grandiose: archi di trionfo, folla esultante, e, secondo l'uso dei tempi anche esaltazioni poetiche. Vercelli rimase ancora capitale dello Stato fino a quando i Francesi, eseguendo l'accordo di Blois non sgombrarono Torino ( 12 dicembre 1562 ), dove il duca fece l'ingresso ufficiale il 7 febbraio 1563.

Sotto il governo di Emanuele Filiberto lo Stato sabaudo fu profondamente rinnovato e trasformato nella sua struttura politica, costituzionale, sociale ed economica.

Nel Vercellese furono compiuti notevoli lavori di bonifica e d'irrigazione, e fu dato anche impulso alla bachicoltura e all'industria tessile. Fra Tronzano e Santhià il duca possedeva un grande podere detto la « Margarita », in cui, nel 1561, furono piantati 17.000 gelsi; nel 1563 poi, il ginevrino Bartolomeo Bolmo ebbe l'incarico di far sorgere a Vercelli un opificio di almeno 120 telai. Nel 1576 venne a Vercelli anche il vicentino Orazio Micheli ad impiantare degli opifici tessili, oltre ad altre attività industriali. Un monte di pietà fu fondato nel 1561.


Nel concetto del duca Vercelli doveva essere parte, insieme con altre città di confine, di un sistema organico di fortificazioni, tale da costituire la cintura difensiva dello Stato; nel 1560 infatti Emanuele Filiberto fece iniziare, su disegni di Grazio Paciotto, ragguardevoli lavori di fortificazione attorno alla città e nella cittadella. Sotto Emanuele Filiberto si affermò in Piemonte la supremazia morale della Compagnia di Gesù ; a Vercelli però i Gesuiti s'introdussero tardi, nel 1581, per opera del vescovo Giovanni Francesco Bonomio ; ma da allora essi tennero praticamente il monopolio cittadino dell'istruzione fino al 1727. Ancora sotto lo stesso vescovo la Chiesa vercellese abbandonò il rito eusebiano per quello romano (sinodo del 1570).
 

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