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Le incursioni galliche e la conquista
romana
I primi contatti di Roma con la gente celtica avvennero nel V sec. a.
C. quando Roma aveva già stabilito una sicura egemonia fra la gente latina.
Allora un esercito gallico proveniente dalla pianura padana o
direttamente d'oltralpe percorse vittoriosamente mezza penisola, giunse
nel Lazio, sbaragliò i Romani, occupò e devastò Roma, quindi se ne ritornò
donde era venuto.
Altre incursioni galliche .avvennero al principio del III. sec. a. C.
Nell'anno 299 i Galli penetrarono in profondità nel territorio
romano compiendovi delle grosse razzie; ancora nel 285 a. C. la
piccola tribù dei Galli Senoni assalì Arezzo, mettendo in fuga
l'esercito consolare di L.
Cecillo Metello. Altri scontri
avvennero con gli stessi Senoni e con i Galli Boi, ed
i primi furono costretti a cedere i loro territori alle preponderanti
forze romano-latine.
Solo dopo la prima guerra punica ( 264 a.c. - 241 a.C. ), avendo
ormai raggiunto una posizione preminente nel bacino del Mediterraneo, Roma
volse la sua massiccia potenza contro le tribù galliche dell'Italia
nordica. La lotta fu sanguinosissima. Contro i 70.000 uomini dell'esercito
celtico dei Boi
e degli Insubri.
Roma indisse un censimento militare in tutta la lega italica
(secondo Polibio le
forze delta lega risultarono di 700.000 fanti e 70.000 cavalieri), chiese
l'appoggio di tutti gli alleati, compresi i
Veneti e i
Galli
Cenomani,
richiamò dalla Sardegna le legioni di
Attilio
Regolo e mise
in campo eserciti di
mai vista grandezza. Ciò nonostante le schiere galliche,
che avevano coraggiosamente preso l'iniziativa della guerra, batterono
i Romani a Fiesole e attraversarono la Toscana
dirigendosi minacciosi su Roma ; ma arrestati a Telamone sotto la
pressione di due eserciti consolari,
subirono la sconfitta decisiva (225 a. C.).
La Gallia Cisalpina fu quindi aperta all'invasione e al
saccheggio dei Romani, che tuttavia dovettero ancora combattere altre
dure battaglie prima di poter espugnare tre anni dopo Milano,
capitale degli Insubri, e costringere i Celti all'alleanza.
Negli anni 223 e 222 a. C. perciò anche Vercelli dovette accogliere
la presenza militare dei Romani. Fu tuttavia un'alleanza di scarsa
durata e di relativa efficacia quella tra
Celti e Romani , perché
i Celti, fieri e valorosi, cercavano ogni occasione per riaprire
le ostilità.
Solamente nei primi decenni del II secolo a.C. poté affermarsi la
conquista romana nella Gallia Cisalpina e quindi anche nel
territorio di Vercelli.. Con la fondazione di lvrea (100
a. C.) infine, pure i Galli abitanti delle vallate alpine che circondano
l'area dell'alto vercellese, furono definitivamente arginati nelle loro
azioni e confinati fra i loro monti.
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La sconfitta dei Cimbri ai Campi Raudi
I principali fatti storici avvenuti in terra vercellese durante la fase di
assestamento e di consolidamento del dominio romano nell'Italia
nord-occidentale sono due : il passaggio di Annibale e la sconfitta dei
Cimbri.
Annibale,
comandante cartaginese, già alla giovane età di
ventinove anni si affacciò sulle Alpi con i suoi elefanti e ventiseimila
soldati, dopo una movimentata e difficile marcia
era disceso in Italia nell'autunno del 218 a. C., ridestando le
speranze di molte tribù galliche, che sempre attendevano il momento
opportuno per opporsi all'odiosa preponderanza di Roma. Gli stessi
Vercellesi, secondo
Silio Italico,
si sarebbero affrettati ad unirsi all'esercito di Cartagine. Contro i
Cartaginesi accorreva a grandi marce un esercito romano composto da due
legioni comandate da
Publio Cornelio
Scipione,
il quale si illudeva, con queste sole forze, di poter bloccare l'avanzata
dell'avversario, che stava ancora attestato ai margini delle Alpi.
Annibale infatti, dopo aver sconfitto i Taurini, si era portato nel
territorio di Victimulae,
la cui ubicazione non è stata fino ad oggi precisamente determinata, ma
che, con molta probabilità, doveva
trovarsi vicino o sullo stesso rilievo della Serra ( presso Salussola
forse) (1).
A
breve distanza da Victimuli
( a cinque miglia, secondo
Livio ) si accamparono i Romani, e il giorno dopo avvenne il
primo scontro fra i due eserciti, che si concluse con la sconfitta di
Scipione, il quale fu costretto a ripassare nottetempo il Ticino e a
riparare nella colonia romana di
Piacenza, portando in salvo il grosso delle due legioni. Non fu
una disfatta irreparabile, ma segnò
l'inizio della terribile serie di rovesci che i Romani,
dovranno subire fino al pauroso disastro di Canne. Benché
non sia stato mai ben definito il luogo di questa storica battaglia,
che prese il nome dal Ticino, tuttavia si ammette quasi unanimemente
che si svolse nel vasto agro vercellese.
Circa un secolo dopo lo stesso terreno vercellese sarà
invece propizio alle armi romane, che lo insanguineranno con uno dei più
tremendi massacri che la storia dell'antichità ricordi. Nell'anno 113
a. C. incominciò la calata verso le regioni meridionali di due
forti popoli di stirpe germanica : i Cimbri e i Teutoni. Per più di
dieci anni costoro poterono scorrazzare nel Norico, nella penisola
balcanica, nell'Elvezia, nella Gallia e nella Spagna, sconfiggendo
disastrosamente i numerosi e grossi eserciti romani che trovavano sul loro
cammino. Solamente nell'autunno del 102 a. C. i Teutoni poterono
essere definitivamente dispersi da
Caio Mario ad
Aquile Sextiae. I Cimbri invece, più forti dei Teutoni,
erano ormai entrati in Italia infliggendo una memorabile disfatta
all'esercito del proconsole
Lutazio Catulo presso l'Adige nelle Alpi Tridentine. Tutta
la Transpadana si aprì allora alla loro invasione. Senonchè i Cimbri,
indugiando troppo in questa regione, diedero modo agli eserciti di
Catulo e di
Mario non
solo di potersi ricostituire e rinvigorire, ma altresì di riunire le
loro forze. La stessa sorte toccata ai Teutoni presso Aquae Sextiae
toccò ai Cimbri
presso Vercelli nella famosa pianura dei
Campi Raudi,
alla confluenza del fiume Sesia con il Po ( 30 luglio 101 a. C.).
Questa battaglia, secondo la concorde descrizione degli storici antichi,
fu sanguinosissima e di gigantesche proporzioni; ma i particolari
attendibili che ci furono tramandati sono pochi. Sulla questione
riguardante la topografia dei Campi Raudi esìste una
notevole letteratura; comunque pare certo che i Campi Raudi si
trovassero presso Vercelli, ma non nel territorio detto della Baraggia,
come hanno voluto alcuni storici locali, bensì nella pianura fra
Vercelli e il Po, com'è più consono alla corretta interpretazione
delle fonti.
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Vercelli municipio romano
II
caratteristico atteggiamento vendicativo e spietato con cui i Romani erano
soliti trattare i popoli vinti, si manifestò anche nella Cisalpjna;
tuttavia a differenza dei Celti sud-padani che furono ferocemente
perseguitati e massacrati, gli Insubri e con essi i Libici di Vercelli
furono tollerati ed i loro agglomerati urbani poterono sopravvivere,
crediamo, con la costituzione celtica distrettuale.
Comunque i primi rapporti intercorsi fra i Transpadani e i Romani sono
alquanto oscuri,
Assai presto le fertili terre della
Lombardia e del Piemonte a settentrione del Po incominciarono ad essere
sfruttate dai grandi latifondisti romani, e con le terre furono
sfruttati anche gli abitanti, la cui condizione giuridica non doveva
andare molto più in là di quella degli schiavi. Erano considerati
stranieri soggiogati ( peregrini dediticii ),
perciò non avevano libertà comunale e non potevano portare armi;
non solo, ma nessuno di loro avrebbe mai potuto divenire cittadino
romano.
Contemporaneamente all'approfondirsi della dominazione economico-militare
romana si sviluppò anche la cosidetta
romanizzazione.
Nell'agro vercellese l'arrivo di nuovi padroni e di nuovi coloni latini
e italici, il passaggio di soldati romani, la deduzioni della colonia
militare di Ivrea e l'attrattiva esercitata dall'oro che si estraeva
presso Victimuli, furono le cause che misero a contatto la locale
civiltà celtica-ligure
con quella
romana, la cui
fusione
totale avvenne però assai tardi, nei secoli della romanità imperiale,
dopo le fondamentali riforme democratiche di
Cesare.
Ciò che rallentava la romanizzazione dei Celti transpadani
era il mancato godimento dei diritti civili, cioè della cittadinanza
romana, la quale li avrebbe posti nella condizione giuridica dei
Romani. gli stessi Italici si trovavano ancora in quella triste
condizione di inferiorità. Soltanto
nell'89 a. C., dopo
che gli Italici, proprio per conseguire questa loro istanza, avevano
scatenato una furiosa rivolta e Roma poté salvarsi grazie alla fedeltà di
molte città, il console
Gneo Pompeo
Strabone riuscì a far
concedere il ius Latii ai Transpadani,
i quali alla rivolta non parteciparono e anzi contribuirono sensibilmente
alla vittoria
romana.
La piena cittadinanza romana non venne
accordata che quarant'anni dopo, quando ormai la Cisalpina era
considerata la regione più laboriosa, più ricca e più popolata della
penisola. Sulla potenza economica ed umana dell'Italia settentrionale
Cesare aveva potuto
edificare la sua fortuna militare e politica: ivi aveva reclutato i suoi
legionari, ivi aveva trovato armi, vettovaglie e un permanente appoggio
logistico per le sue vittoriose campagne d'oltr'Alpe, ivi aveva trovato la
fedeltà e la forza rivoluzionaria per muovere alla conquista del potere in
Roma. E nell''anno 49 a.C.
Cesare concesse a tutti i
comuni transpadani i diritti politici di Roma.
Vercelli allora divenne municipio
romano.
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L'agro
vercellese a partire dal I secolo d.C.
Divenendo i Vercellesi cittadini romani
iscritti alla tribù Aniense anche la floridezza
della città subì un ulteriore sviluppo.
Il vecchio agglomerato
celtico
composto
di capanne di paglia e fango, palafitte e catapecchie di legno, incominciò
a trasformarsi sensibilmente nel I sec. a. C. con l'apparire delle
prime costruzioni in muratura. Nel I e II sec. d. C. era
ormai irriconoscibilmente mutato in una grande e bella città romana,
dotata di tutti quei monumenti, edifici e strade lastricate che
caratterizzavano il punto massimo toccato dall'edilizia e dall'urbanistica
antica.
La mancanza di indagini archeologiche sistematiche non ci consente di
dire molto su questo tema, sebbene vi sia una certa ricchezza di
ritrovamenti casuali.
I ruderi della città romana giacciono
sepolti sotto l'attuale livello del suolo ad una profondità
che va da un massimo di quattro metri ad un minimo dì un metro e venti
centimètri circa, e vengono alla luce occasionalmente negli scavi che si
compiono per porre le fondamenta di nuovi edifici o per costruire condotti
sotterranei. In questo modo sono stati rinvenuti sepolcreti, sarcofagi,
lapidi di vario genere, basi onorane, vasi, anfore, lucerne, vetrerie,
monili, monete, frammenti di un monumento equestre, un braccio bronzeo di
statua colossale, una magnifica erma marmorea e i tubi di piombo di un
acquedotto.
Sono stati segnalati inoltre i resti di opere pubbliche notevoli:
strade,
anfiteatro, terme e una grande costruzione la cui natura non è
stata flnora ben chiarita.
A giudicare dall'area sulla quale sono avvenute le scoperte archeologiche
e sulla quale doveva estendersi approssimativamente l'antica città, e a
giudicare altresì dal numero elevatissimo di Vercellesi che militarono
nell'esercito romano, come ci è tramandato dall'epigrafia, possiamo
ragionevolmente supporre che Vercelli, municipio fortissimo al dire di
Tacito,
possedesse una popolazione per quei tempi assai rilevante : oltre
20.000 abitanti.
Il territorio posto sotto la giurisdizione municipale di Vercelii (
ager vercellensis
) risultava assai esteso e vario, compreso fra le
Prealpi, la Sesia, il Po, la Dora e la .Serra, con gli importanti
centri minori ( pagi )
di Rigomagus (Trino), Cestae,
Victimulae, Bugella ( Biella ), e molte altre
località rurali (
vici ) dove sono avvenuti frequenti ritrovamenti di reperti
archeologici ( nelle zone di Palazzolo, Caresana,
Villanova e Lignana si rinvennero numerosi e bellissimi
vetri
come in poche altre parti d'Italia ). Una testimonianza evidente della
penetrazione romana nelle campagne vercellesi è rappresentata dalle
località i cui nomi derivano da
gentilizi romani : Asiliano da Acilianus,
cioè luogo, podere di Acilius o della famiglia Acilia;
e analogamente Caresana, Caresanablot, Carisio da
Carisius o Carisiana, Cigliano da Caecilia,
Cavaglià da Cabalia, Costanzana da
Constantius, Desana da Decius, Formigliana
da Firminius, Lignana da Lignius,
Muzzano da Mucius. Pezzana da Pettia,
Sandigliano da Sandilius, Stroppiana da
Stirpius.
Un cenno particolare merita l'industria dell'oro: da
Strabone
e da Plinio il
Vecchio sappiamo che nell'agro vercellese esistevano delle
aurifodinae ( campi auriferi ), che i Romani davano
in appalto con la limitazione imposta da una lex censoria di non
impiegare in tale lavoro più di 5.000 schiavi. Quest'industria aurifera
era principalmente localizzata nella Bessa zona larga più di
un chilometro e lunga più di sette, compresa fra l'Elvo e la Serra,
che ancora oggi ci appare tutta sconvolta da cumuli di pietre.
Non è
da, escludere tuttavia che, oltre allo sfruttamento sistematico
di questo campo aurifero, il lavaggio e la ricerca dell'oro fosse
praticato sporadicamente su una zona assai più ampia, fino nell'interno
delle vallate prealpine dell'Elvo, del Cervo e del Sessera. Centro di
raccolta e di smistamento di tutta la produzione
era Victimulae, la cui
posizione geografica permetteva il
contatto diretto con Vercelli ed Ivrea, attraverso l'importante arteria
stradale che da Milano conduceva ai valichi alpini.
Le colonne miliari, alcuni toponimi e i vecchi itinerari ci dicono
infatti che l'agro vercellese era attraversato da tré grandi strade
romane: due, quella citata e un'altra proveniente da Piacenza,
confluivano a Vercelli, e passando quindi per Ivrea risalivano la
valle della Dora dirette alla Gallia Transalpina, una terza, passando
dall'importante nodo stradale di Cuttìge (Cozzo Lomellina
) e proseguendo sulla sinistra del Po per Rigomago (
Trino ) e Ceste andava a Torino. Una quarta strada, meno
importante, univa Vercelli a
Rigomago
da cui proseguiva probabilmente per Asti.
Su Vercelli
quindi convergeva tutta la vita agricola, commerciale: e
industriale del suo ampio territorio,
ben servito da una rete stradale che lo metteva in facile
comunicazione con gli altri centri dell'Italia settentrionale e d'oltr'Alpe.
Senza entrare in particolari ricordiamo che,
come tutti gli altri municipi, anche il municipio di Vercelli aveva una
larga autonomia tanto nella giurisdizione
civile che penale, non limitata al solo nucleo urbano, ma estendentesi a
tutto il territorio che gli era stato assegnato. Reggevano le sorti della
vita pubblica il popolo
( plebs urbana
} e l'ordine dei
decurioni fatto a somiglianza
del senato di Roma e composto da cittadini aventi determinati
requisiti di censo e di nascita. In un
secondo tempo venne in auge anche il collegio degli augustali,
retto dai seviri,
che si occupavano principalmente del culto di
Augusto e
degli imperatori.. Magistrati supremi
della municipalità erano i quattrorviri.
di cui due esercitavano funzioni giurisdizionali e due si occupavano delle
cose amministrative.
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